Messaggio agli operai del Vangelo delle Diocesi di Modena-Nonantola e Carpi 

«Basterebbe così poco…» 

Al termine di un pomeriggio lavorativo, in un giorno di un mese e di  un anno qualsiasi, accendo la radio per ascoltare le notizie del giorno. Le  guerre nel mondo proseguono: milioni di giovani soldati morti e migliaia  di vittime civili. La Terra Santa non ha pace. Un adolescente accoltella  un coetaneo, un altro stermina la famiglia. Di nuovo un suicidio nelle  carceri, un femminicidio e una vittima di incidente sul lavoro. Poi arriva  la politica nazionale: un ministro esalta i risultati del governo, un  onorevole dello schieramento avverso ne dichiara il fallimento. Per  fortuna il Presidente della Repubblica oggi ha distribuito i cavalierati a  persone distintesi per grandi meriti. Però l’estate che si chiude è la più  calda mai registrata e crescono i fenomeni estremi. 

Spengo la radio, ormai depresso, e scaldo qualcosa per cena. Se sono  un prete, un diacono o un operatore/operatrice pastorale (preferirei  l’espressione “operaio/operaia del Vangelo”), mi attende un incontro  serale in parrocchia o in associazione. Ne avrei fatto volentieri a meno,  per rilassarmi un po’, ma ormai ho preso l’impegno e devo partecipare.  Se poi questa sera c’è il consiglio pastorale – esperienza purificatrice – allora non posso mancare. E questa sera c’è proprio il consiglio pastorale.  Nel dibattito uno si lamenta, altri notano che in parrocchia siamo sempre  meno; un signore che dice sempre quello che pensa insinua che la colpa  è dell’attuale parroco, il quale però viene difeso d’ufficio da un altro che  lo scagiona, perché la colpa è delle famiglie, indifferenti, e della società,  che ha smarrito i valori. Finalmente si passa a questioni concrete: com’è  andata la sagra, quanta gente è venuta, quanto c’è in cassa. Benedizione  finale verso mezzanotte. 

Quanta pesantezza si vive nel mondo, nella società, nelle famiglie,  nelle comunità cristiane. Eppure «basterebbe così poco…». Ogni tanto  mi viene in mente questa frase – «basterebbe così poco» – pronunciata  spesso da una mia anziana e saggia collaboratrice parrocchiale. Quando si parlava di guerre, violenze, ingiustizie e conflitti sociali, commentava:  «basterebbe così poco per vivere tutti in pace». E quando assisteva alle  mie prediche o a catechesi per gli adulti o a celebrazioni di preghiera,  evidentemente per lei troppo astratte, usciva con: «basterebbe così poco  per credere». Richiamava i parrocchiani, e anche il parroco, se riteneva  superati i limiti della cortesia e assisteva a discussioni dove i toni si  alzavano e le parole diventavano taglienti: «basterebbe così poco per  rispettarsi». E quando le sembrava che trascurassimo le persone  emarginate, osservava: «basterebbe così poco per accogliere». 

La signora non era affatto superficiale: era semplicemente evangelica.  In fondo «basterebbe così poco» potrebbe essere lo slogan di Gesù. Alle  macchinose regole dei farisei, con tutte le loro norme e disposizioni, lui  oppone un semplice comandamento: ama Dio e il prossimo come te  stesso. Alla moltiplicazione infinita di parole nelle preghiere, Gesù  sostituisce un semplice “Padre nostro”. Lui ignora le complicate  classificazioni delle persone tra puri e impuri, degni e indegni, vicini e  lontani dal regno di Dio e chiede di non giudicare, andando invece dritto  al cuore di chi è scartato: che sia un santo o un peccatore, un malato o un  sano, un uomo o una donna, un povero o un ricco, per Gesù chi lo cerca  è un fratello o una sorella da accompagnare nel cammino di guarigione  del cuore, del corpo e della mente. Per lui davvero bastava poco… e non  perché vivesse con la testa nelle nuvole, ma perché viveva immerso nel  Padre. 

Buoni propositi pandemici e sinodali 

«Basterebbe così poco» per costruire società e comunità cristiane più  “leggere” e vivibili e invece abbiamo appesantito tante relazioni,  abbiamo fabbricato strutture in cui rischiamo di rimanere impigliati,  abbiamo accatastato tante pratiche secondarie rischiando di seppellirvi  l’essenziale. 

I primi mesi della recente pandemia, nel cosiddetto lock down (marzo maggio 2020), ci hanno provocato sul superfluo e l’essenziale. Il Covid 19 ha sollevato il velo sulle paure del dolore e della morte, ha smascherato  le superficialità, ha svelato le domande di senso e di vita sempre presenti  ma spesso dormienti. Tutti ci siamo chiesti che cosa conta davvero nella  vita; e ci siamo sentiti interpretati dalle parole in cui il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, tra i primi colpiti pesantemente dal virus, ha  riassunto il suo cammino interiore: «L’esperienza dell’avvicinarsi a  morire per me è stata come sentirmi evaporare, sentire che tante cose pur  importanti – i progetti, le cose da fare, persino il mio corpo – cadevano,  perdevano consistenza. Alla fine restavano, come nocciolo duro che  definiva il vero “me stesso”, solo due cose: il sentirmi davvero affidato  alle mani di Dio e i tanti volti con cui ho costruito negli anni delle  relazioni» (Intervista a Famiglia Cristiana, 18 giugno 2020). Ecco  l’essenziale: l’affidamento a Dio e le relazioni autentiche. 

In quei mesi abbiamo espresso il sano proposito di snellire anche la  nostra vita pastorale, rendendoci conto che talvolta soffriamo di  “martalismo”, come lo chiama papa Francesco: un attivismo affannato,  dentro al quale non si distingue più l’essenziale dal secondario. Nel  frattempo ha preso avvio il Sinodo dei Vescovi e, per noi italiani, il  Cammino sinodale: queste esperienze fanno emergere il desiderio diffuso  di una Chiesa più familiare e accogliente, più semplice e leggera, più  concentrata sulle relazioni e meno sui programmi, più sui volti e meno  sulle strutture, più sulla parola di Dio e meno sulle strategie umane. Facile  a dirsi, almeno durante il lock down e nei gruppi sinodali; difficile a farsi,  perché la tentazione di fare come prima, di tornare ad appesantire e  complicare l’esperienza cristiana, è sempre in agguato. Nelle nostre due  Diocesi abbiamo maturato come contributo sinodale, in questi anni,  alcuni orientamenti tesi proprio ad alleggerire la vita pastorale delle  comunità concentrandosi sull’essenziale; orientamenti raccolti nelle sei  schede pubblicate lo scorso anno, che – in attesa di altre indicazioni  nazionali – si possono intanto adottare e adattare: la visita annuale alle  famiglie (1), l’oratorio (2), l’accompagnamento spirituale (3), l’ascolto  della Parola (4), l’omelia (5) e la parrocchia come casa per tutti, comprese  le persone più fragili (6). 

L’antidoto alla pesantezza c’è, ma non è fuori di noi: è la leggerezza  interiore, un altro modo per dire “conversione”. Parafrasando le parole di  Dio a Israele nel Deuteronomio, là dove il Signore chiede al popolo la  conversione alla sua parola, possiamo dire che il segreto della  “leggerezza” non è nel cielo, perché noi possiamo chiederci chi salirà fin  lassù per prendercelo; non è di là dal mare, perché possiamo trovare la scusa che non siamo in grado di attraversarlo; in altre parole, non  possiamo aspettarci un miracolo dall’alto o la soluzione magica dal papa,  dal vescovo o dal parroco; no: questa parola «è nella tua bocca e nel tuo  cuore» (Deut 30,14). Se non alleggeriamo la bocca e il cuore – dieta che  si chiama “conversione” – potremo vedere anche dei miracoli, ricevere i  documenti sinodali più acuti da papa e vescovi, organizzare in parrocchia  e in associazione iniziative attraenti: ma saremo privi di spirito. 

La Scrittura, che è l’anima della conversione personale e della vita  pastorale, raccomanda la leggerezza interiore. Ad Elia il Signore non si  presenta nel vento impetuoso, nel terremoto e nel fuoco, ma nel «sussurro  di una brezza leggera» (1 Re 19,12). In alcuni passi Dio è paragonato ad  un’aquila che vola sopra i suoi piccoli e li solleva (cf. Deut 32,11; Sal  90,4). E Gesù raccomanda che i nostri cuori non si appesantiscano (cf. Lc  21,34). Questo Messaggio è dunque un invito a perdere peso nella bocca  e nel cuore: il segreto per una pastorale snella. 

Il globo di Atlante e il giogo di Gesù 

Il poeta greco Esiodo, nel sec. VII a.C., informa che il titano Atlante  venne punito da Zeus per avere combattuto contro le divinità  dell’Olimpo. La pena inflitta dal dio supremo è originale: Atlante è  destinato a portare sulle spalle il globo della volta celeste, addossandosi  questo enorme peso per tutta la vita (cf. Teog., 517-520). Qualche volta  noi operai/e del Vangelo diamo l’impressione di essere dei piccoli  Atlante, sovrastati dai pesi delle attività pastorali, imposti da uno Zeus  più in alto di noi: il parroco (nel caso di catechisti, educatori, animatori,  ministri, consiglieri), il vescovo (nel caso di presbiteri e diaconi) o il papa  (nel caso dei vescovi). C’è sempre uno Zeus da incolpare per il fardello  che portiamo sulle spalle: lo avvertiamo soprattutto all’inizio dell’anno  pastorale, quando, insieme alla stagione venatoria, si apre anche la caccia  a nuovi collaboratori e operatori. Il problema è che Atlante, prodigo in  lamenti, con il capo piegato in basso per il peso del globo, provoca tutt’al  più commiserazione, ma non attrae nessuno: e infatti nessuno lo aiuta. 

Anche Gesù ci propone un peso sulle spalle: lo fa in modo da suonare  quasi ironico. L’invito iniziale in realtà è promettente: «Venite a me, voi  tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mt 11,28). Chi non  si avvicinerebbe? Chissà come fa il Signore a ristorarci: vediamo… Poi arriva la botta: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che  sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime» (Mt  11,29). Un giogo, un altro peso, sarebbe il ristoro? Per finire con un  paradosso: «Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,30).  Questo giogo deve essere qualcosa di ben diverso dal globo di Atlante:  infatti non è più il peso della punizione, ma il peso dell’amore. Il giogo  di Gesù è la croce, che non è sinonimo di dolore, ma di dono, offerta,  carità. Gesù non mi chiede di addossarmi un altro peso – la vita ne  presenta già tanti e lui non è certo un dolorista – ma mi chiede di caricarmi  del “suo” giogo, dove lui occupa un posto e io un altro. Mi dà la  possibilità di condividere con lui il percorso, in modo che io sia sollevato  dal carico. Solo l’amore, e l’amore di Cristo, rende leggero il cammino. 

Certo, l’amore comporta dei pesi; lo sa bene chi intreccia la sua vita  con quella di altri: nel matrimonio, nella missione di genitori, educatori e  pastori, nell’aiuto alle persone svantaggiate. Chi decide di amare, sa che  ne dovrà soffrire: per i contraccolpi della situazione dell’altro e talvolta  anche per le delusioni e i tradimenti. Ma ne vale la pena, ci assicura il  Vangelo: perché chi non ama, non estrae da sé le ricchezze più belle e  rimane povero nel cuore. Chi ama, fatica e rischia di più, ma vive  un’esistenza coinvolgente e piena, perché noi siamo fatti per amare.  Questa è la promessa nascosta nel giogo di Gesù, su cui scommettiamo  noi operai/e del Vangelo; altrimenti, il nostro servizio diventa la pena di  Atlante. 

Il peso dell’ozio e la leggerezza del lavoro 

Ogni tanto la parola di Dio continua a scuotere e scandalizzare: è un  segnale positivo. C’è da allarmarsi solo quando produce noia e  indifferenza. Nella Bibbia patriarchi e profeti reagiscono sempre alle  parole del Signore: a volte con entusiasmo, altre volte con irritazione e  rammarico. Gesù poi scomoda gli animi, sia provocando ammirazione  sia, al contrario, critiche, ribellioni e odio. Mai indifferenza: le sue parole  non fanno dormire e nei Vangeli infatti non compare il verbo  “sbadigliare”. 

Una delle parabole più provocatorie, ancora in grado di suscitare  reazioni forti, è quella dei vignaioli assunti ad ore (cf. Mt 20,1-16). Non  è giusto che gli ultimi arrivati, avendo lavorato solo un’ora, ricevano la stessa paga dei primi, che hanno affrontato «il peso della giornata e il  caldo». Gli operai della prima ora, per Gesù, sono gli ebrei fedeli, credenti  e praticanti assidui. Quelli delle ultime chiamate sono gli ebrei infedeli, i  peccatori e i pagani (noi), ossia chi si converte “dopo” e si coinvolge tardi  nella vigna del Signore. Qual è il senso della parabola? Gesù mette in  guardia gli operai del regno dal rischio di vivere il lavoro come un peso,  finendo per invidiare chi se ne tiene fuori e arriva tardi. Ci sta dicendo  che se prestiamo il nostro servizio nella comunità come un peso, ne  perdiamo il senso. Lavorare nella vigna del Signore non deve essere un  carico, ma una carica, non in senso onorifico, ma in senso energetico: un  pieno di entusiasmo e un’iniezione di vita. È faticoso, certo, ma è la bella  fatica del donarsi, la gioia di testimoniare il Vangelo. Se prevalgono  pesantezza e tristezza, qualcosa non funziona. Meglio tornare in piazza e  attendere una chiamata diversa, non quella del padrone di questa vigna.  Gli operai affetti da lamentosi cronica non fanno altro che contagiare altri  operai e scoraggiare chi desidera impegnarsi. Tutto diventa più pesante,  quando si affronta con l’animo gravato dal malumore. 

Uno degli operai entrato tardivamente nella vigna, Sant’Agostino (+  430), che solo dopo i trent’anni – età per l’epoca già matura – si fece  battezzare e abbandonò la sua vita disordinata, quando anni dopo medita  sulla sua faticosa conversione, e rievoca quel salto verso Cristo, scrive:  «troppo tardi ti ho amato, o bellezza tanto antica e tanto nuova, troppo  tardi ti ho amato» (Conf. 10,27). Invece di dire: stavo così bene nella mia  vita lontana da Dio, immersa nei piaceri e nelle cose mondane, dice  proprio il contrario; si rammarica di non essere stato tra gli operai della  prima ora. Chi coltiva l’amicizia con Cristo affronta anche le fatiche con  gioia ed è contento di lavorare nella sua vigna; chi coltiva i traguardi  propri vive tutto come un carico da trascinare e invidia coloro che se ne  stanno in piazza a far niente. 

Il peso dell’invidia e la leggerezza della stima 

Il malumore, a proposito, dipende spesso dall’invidia. L’invidia è un  veleno che annebbia la vista – l’etimologia latina esprime un vedere  malato – e oltretutto rende scontenti. Perché consiste nel provare dolore  per le gioie altrui, senza peraltro ricavarne alcun vantaggio. Per questo  l’invidia, allo scopo di recuperare qualche vantaggio, si prodiga a volte in maldicenza, nel tentativo di abbassare l’altro e innalzare se  stessi. Francesco d’Assisi era durissimo contro i frati maldicenti. Il  biografo Tommaso da Celano scrive che il Santo «evitava i maldicenti e  le pulci mordaci, quando li sentiva parlare, e rivolgeva altrove l’orecchio,  come abbiamo visto noi stessi, perché non si macchiasse con le loro  chiacchiere» (Fonti Francescane, 768). 

Per curare la malattia della maldicenza dovremmo tentare di allenarci  alla bendicenza. È il «gareggiate nello stimarvi a vicenda» di Rom 12,10;  tutte le altre competizioni per San Paolo e per i primi cristiani, erano  vietate: quasi sempre infatti le gare atletiche dei pagani finivano nella  violenza e nel sangue. L’unica gara ammessa per l’Apostolo è la stima  vicendevole. È difficile provare e dichiarare stima per l’altro,  apprezzamento per i suoi doni, perché sembra quasi di abbassare se stessi.  Ma la gioia più intima viene proprio dalla stima dei doni altrui, perché è  una gioia disinteressata, liberante, che alleggerisce la vita. 

Quando l’atteggiamento dell’invidia, così diffuso nella società, si  infiltra anche nelle nostre comunità, perdiamo quasi tutte le energie nei  pesanti tentativi di ricucire le relazioni, di ridefinire spazi e compiti, di  rimetterci d’accordo. Dante Alighieri aveva intuito che in paradiso i beati  hanno l’occhio contento, il contrario dell’occhio invidioso; sono contenti  per i doni degli altri e non solo per i propri. Presentando due grandi santi  medievali, Francesco e Domenico, fondatori di due Ordini che all’epoca  di Dante erano in competizione, appunto i francescani e i domenicani, il  sommo poeta conferma il suo genio: a cantare le lodi di Francesco  nel Paradiso non è un francescano, ma un domenicano, San Tommaso  (Canto XI), e a cantare le lodi di Domenico non è un domenicano, ma è  un francescano, San Bonaventura (Canto XII). Dante suggerisce così che  quando riusciamo a mettere da parte la competizione e provare gioia per  i doni degli altri, viviamo già un anticipo di paradiso. Quando invece ci  conquistano l’invidia, il sospetto e la maldicenza, viviamo non dico un  inferno, ma almeno un purgatorio anticipato. 

Il peso del credito e la leggerezza del debito 

Nella gestione personale, familiare e comunitaria è meglio vantare un  credito che trovarsi in debito. Ma nella vita di fede vale il contrario.  Quando faccio leva sui miei meriti, veri o presunti, mi sento in credito verso Dio e gli altri, pretendo e mi lamento se non ottengo quanto mi  sembra dovuto. Quando invece faccio leva sui doni di Dio, sento che sono  in debito e devo solo restituire il bene ricevuto. Ogni volta che mi  comporto da creditore, divento pesante, antipatico e perdo amici; ogni  volta che mi comporto da debitore, costruisco relazioni libere e  disinteressate. La vita diventa leggera se mi converto alla logica del  dono, abbandonando quella del diritto. La logica del dono apprezza tutto  quello che ho già ricevuto, quella del diritto reclama ciò mi manca. 

C’è un segreto, che però Gesù ci ha svelato, per vivere la logica del  dono: «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Lo  tradurrei così: dite spesso “grazie” con le parole e le opere, per non cadere  nel tranello dei creditori e nella logica del diritto; dite a Dio e agli altri  più volte al giorno questa parola magica di sei lettere, per mantenere la  leggerezza di sentirvi amati e beneficati. Dopo sarete anche più capaci di  cercare ciò che vi manca, ma lo farete con saggezza e senza affanno. 

La gratitudine è l’anima della vita cristiana. La conversione personale  non consiste nello sforzo della volontà per uscire dai nostri vizi, ma  nell’accoglienza della grazia per entrare nell’abbraccio di Dio. Zaccheo,  come tanti altri peccatori che hanno incrociato Gesù sul loro sentiero, si  è convertito; da ladro che era, si è impegnato a restituire il maltolto con  gli interessi. La sua conversione però non è il frutto di una decisione etica,  ma dell’accoglienza di Gesù nella sua casa (cf. Lc 19,1-10); gli ha  semplicemente aperto le porte, ospitando il Signore che bussava. Ha  capito, sul ramo del sicomoro, che doveva restituire gratuitamente quello  che stava ricevendo gratuitamente. 

La persona grata è come lo scultore: vede in se stesso e negli altri  un’immagine bella e preziosa, là dove gli ingrati vedono solo pesanti  pezzi di marmo. Michelangelo Buonarroti uscì in una famosa  sentenza: «io intendo scultura quella che si fa per forza di  levare» (Lettera a Benedetto Varchi, 1547). Lo scultore, cioè, lavora non  aggiungendo materiale, ma eliminando quello superfluo, vedendo già nel  blocco che ha di fronte l’immagine che ne vorrà ricavare e proiettando  nel marmo la figura impressa nel suo animo. Quando Michelangelo, poco  più che ventenne va a Carrara e sceglie un enorme blocco unico di  marmo, vede già lì dentro la figura della meravigliosa Pietà oggi posta nella Basilica di San Pietro in Vaticano; la vede perché era scolpita già  dentro il suo animo. Italo Calvino pensa sicuramente a Michelangelo  quando, dedicando alla “leggerezza” la prima delle sue Lezioni  americane (1984, pubblicate postume nel 1988), riassume così la sua  attività di scrittore: «la mia operazione è stata il più delle volte una  sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora  ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla  struttura del racconto e al linguaggio». 

A noi operai del Vangelo, Gesù chiede di fuggire l’atteggiamento di  scribi e farisei, i quali «legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle  della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt  23,4); ci chiede di farci scultori alla Michelangelo e scrittori alla Calvino,  aiutando le persone a liberare la loro parte più bella, ad alleggerire la loro  vita, a scaricare i pesi inutili, ad eliminare il superfluo, a scoprire dentro  di loro l’immagine di Dio. 

Il peso dei criticoni e la leggerezza dei critici 

Le critiche sono fastidiose ma utili, se costruttive e  propositive. Nell’incontro interreligioso con i giovani a Singapore, papa  Francesco ha posto questa domanda diretta: «Tu sei critico? Hai il  coraggio di criticare e anche il coraggio di lasciarti criticare dagli altri?»  (13 settembre 2024). La critica è un esercizio che fa crescere, allena la  mente e la volontà, serve a progredire. Ma ci sono critici e criticoni. I  criticoni – e qualche volta lo siamo tutti – spargono insinuazioni e sospetti  senza prima verificarli, gettano il sasso e ritirano la mano e si concentrano  sui difetti altrui per nascondere i propri. I criticoni sanno sempre  perfettamente che cosa dovrebbero o non dovrebbero fare gli altri. Sono  quelli a cui Gesù rimprovera di guardare la pagliuzza nell’occhio del  fratello trascurando la trave nel proprio (cf. Lc 6,41). I criticoni  esprimono in realtà il loro disagio interiore, rivelando con questo  atteggiamento di non essere in pace con loro stessi, di portare nell’animo  un peso che non li rende liberi e leggeri. Il filosofo Søren Kierkegaard  scriveva a metà dell’Ottocento che la persona portata a lanciare giudizi malevoli e infondati – pettegolezzi, accuse e malignità – in realtà sta  rivelando ciò che abita il suo cuore, perché è come se confessasse: io nella  situazione di questa persona mi comporterei così: «nello stesso istante in cui tu giudichi o critichi un altro uomo, giudichi te stesso; poiché  giudicare un altro è in ultima istanza giudicare se stesso, ossia anche  diventare manifesto» (Gli atti dell’amore, II serie, L’amore crede tutto,  1847). 

Tutt’altra cosa è la critica. I critici, al contrario dei criticoni, guardano  la loro trave prima della pagliuzza altrui, si informano bene prima di  parlare, dicono ciò che direbbero in presenza delle persone criticate e  infine sono disponibili a collaborare per migliorare le cose. Nel 1927 il  fondatore della psicanalisi, Sigmund Freud, scrisse ad un suo amico e  collega, il pastore protestante Oscar Pfister, avvisandolo che stava per  pubblicare un libro a suo avviso spiacevole per i credenti (come si sa,  Freud si professava ateo). Il pastore gli rispose: «un avversario  intelligente giova più di mille seguaci incapaci» (Lettera del 21 ottobre  1927). Colpiscono positivamente i critici intelligenti, disposti a metterci  la faccia e a lasciarsi interrogare a loro volta. Colpiscono negativamente  i non pochi criticoni, che sparano a vanvera senza mettersi in gioco e  documentarsi. Qualche volta anche nelle nostre comunità emergono  atteggiamenti presuntuosi, che contrastano direttamente il severo divieto  posto da Gesù: «non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e  non sarete condannati» (Lc 6,37). Se ci abituiamo ad essere critici, e non  criticoni, sperimentiamo la leggerezza del cuore. 

Il peso della saccenteria e la leggerezza dell’ironia 

Allenarsi ad essere ironici, a non prendersi troppo sul serio, fa bene  alla salute del corpo e dell’anima. Il maestro dell’ironia, il filosofo greco  Socrate (+ 399 a.C.), impostava i suoi dialoghi partendo da una posizione  “leggera”, non assertiva o categorica, ma auto-ironica. Famosa è la sua  professione di ignoranza: «so di non sapere». Quando uno si presenta in  modo saccente, diventa pesante; quando uno si pone in maniera umile,  utilizzando magari l’umorismo pur sostenendo le proprie idee, rende più  leggero il clima. Lo dice anche san Paolo: «non fatevi un’idea troppo alta  di voi stessi» (Rom 12,16). 

San Tommaso Moro (+ 1535) certamente non ebbe una vita facile:  Cancelliere del Regno d’Inghilterra sotto Enrico VIII, quando il re si  oppose al Papa, avviando la Chiesa anglicana, Tommaso rimase fedele a  Roma e per questo venne ucciso. Eppure proprio lui scrisse quella famosa Preghiera del buonumore che termina così: «Dammi, Signore, il  senso del buonumore. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo  per scoprire nella vita un po’ di gioia e farne parte anche agli altri». E  perfino il grande Giacomo Leopardi, non troppo noto per il suo  ottimismo, scriveva: «Chi ha il coraggio di ridere, è padrone del mondo,  poco altrimenti di chi è preparato a morte» (Pensieri, 78). 

Papa Francesco collega addirittura la gioia e l’umorismo alla santità:  «il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo» (Gaudet et  exsultate, 122). I santi non sono persone pesanti, saccenti, tristi: sono  persone serie e quindi capaci di gioire, prendersi in giro e scherzare. Del  diacono San Lorenzo (+ 258) si narra che, messo sulla graticola a  bruciare, ad un certo punto abbia detto al suo aguzzino: «sono cotto:  girami e mangia!» (cf. Ambrogio De off., 1, 41, 205-207). Forse è una  leggenda, che però esprime quanto i cristiani da sempre hanno percepito:  la leggerezza della santità e perfino del martirio. Quando noi, ministri e  operatori, ci proponiamo come campioni di dedizione («se qui non ci  fossi io, sarebbe un disastro»), o vittime del sistema («il parroco / il  vescovo / il papa mi sfrutta e non mi capisce») o martiri della pastorale  («sono sfinito dagli impegni») diventiamo pesanti e scostanti. L’anima di  ogni ministero e servizio nella Chiesa è la gioia, grati per la chiamata del  Signore al servizio della Chiesa. Se sfuma la gioia, meglio andare a  servire altrove. 

Il peso del sistema e la leggerezza dell’annuncio 

La fede cristiana non è un sistema pesante di dottrine affastellate o  pratiche faticose, ma un annuncio bello, un Vangelo spuntato all’alba di  una domenica di primavera. Scriveva Benedetto XVI nelle prime righe  della sua enciclica sulla carità: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è  una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un  avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con  ciò la direzione decisiva» (Deus Caritas est, n. 1). Il cristianesimo non  sorge come una nuova visione morale, una riedizione dei comandamenti;  e nemmeno come una nuova concezione del divino, un apparato  dottrinale. No: il cristianesimo sorge dall’incontro con Gesù risorto e  vivo, allora come oggi. E questo incontro, dice papa Ratzinger, apre un orizzonte nuovo. Questo è l’“essenziale” di cui siamo sempre alla ricerca  come operai del Vangelo. 

L’orizzonte aperto dalla Pasqua è il rovesciamento della logica umana:  un amore che vince l’odio, una vita che vince la morte. Il  famoso kerygma, il primo annuncio, era semplicemente questo: Cristo,  che era stato crocifisso, è risuscitato, è vivo! Chi ci crede, adotta una  chiave di lettura nuova dell’esistenza: vede in tutti gli avvenimenti, lieti  o tristi, un raggio della Pasqua. Il resto, pure necessario – comprese la  dottrina e la morale che si snodano nella tradizione cristiana – viene di  conseguenza. Chi crede nel Risorto, non faticherà a professare il Credo e  cercare di obbedire ai comandamenti. 

La grande maggioranza dei battezzati, in Italia, abbandona la pratica  cristiana in età adolescenziale o giovanile. I motivi vanno ascoltati e presi  sul serio. Uno in particolare affiora continuamente, nelle interviste e negli  incontri: «la Chiesa è pesante, dà solo delle regole, ha una dottrina  sorpassata, non sta al passo con il mondo». L’impressione è che la Chiesa  proponga un codice religioso più che un annuncio gioioso. In alcuni casi  si tratta di alibi o della semplice ripetizione di cliché diffusi; in altri casi  “la Chiesa” è magari identificata con quel parroco da cui arrivavano solo  rimproveri; ma in certe situazioni queste critiche sono fondate. Allora  deve essere successo qualcosa, se il messaggio più giovane e leggero del  mondo, la Pasqua di Gesù, è percepito da molti come sistema vecchio e  pesante. Forse la catechesi, l’iniziazione cristiana, le stesse omelie, sono  inadeguate come linguaggio e contenuto? Su questi ambiti infatti le  nostre due Diocesi hanno offerto dei contributi al Cammino sinodale  italiano, che presto assumerà qualche decisione in merito. Forse le  strutture che abbiamo sono troppo pesanti? Un altro tema, questo, su cui  tante volte ci siamo confrontati, abbiamo compiuto alcune scelte e ci  aspettiamo strumenti che alleggeriscano la gestione. 

Ma forse, più di tutto, occorre una cura particolare delle relazioni:  senza pensare a chissà quali espedienti, ma offrendo semplicemente  opportunità di incontro, dialogo, preghiera, ascolto. I nostri giovani  impegnati nelle parrocchie e nelle associazioni lamentano la carenza di  occasioni informali, di spazi in cui vivere la gratuità e la creatività,  segnalando come troppe volte si chiedano a loro servizi e prestazioni funzionali, senza alimentare le relazioni e lo spirito (cf. Cartolina  pastorale 2022, La soluzione migliore). 

Diventiamo attraenti se puntiamo meno sull’efficienza e più  sull’accoglienza. Il che non significa agende bianche: significa agende a  macchia di leopardo, dove alcuni spazi siano vuoti perché verranno  riempiti dall’imprevisto e dalla gratuità. Noi operatori pastorali  dovremmo prendere esempio dai navigatori, che sono pronti a  “ricalcolare” il percorso, quando si trovano davanti ad ostacoli e  imprevisti. Si fa sempre più strada l’idea che la pastorale ufficiale,  necessaria, debba essere integrata da una pastorale informale e più  occasionale. In fondo è la cosiddetta “pastorale ordinaria”, fatta di  prossimità più che di eventi straordinari. 

Il peso della quantità e la leggerezza della profondità Siamo abituati a contarci e a contare. Non è affatto sbagliato: quando  proponiamo un’iniziativa, speriamo di coinvolgere molte persone: se  accade il contrario, è giusto chiederci dove abbiamo sbagliato e dove  possiamo migliorare. Ma se la logica dei numeri prevale, la vita pastorale  diventa pesante. I numeri servono solo a provocare domande, riflessioni,  proposte; non possono condizionare la gioia dell’impegno comunitario.  La storia e la cronaca della Chiesa ci insegnano: in certe epoche e in certe  zone, quando sembra che i cristiani siano sul punto di soccombere – perché perseguitati o ridotti a minoranze – lo Spirito Santo sta seminando  a piene mani i suoi frutti; in altre epoche e zone, quando i cristiani  appaiono forti e numerosi, ben affermati nella società, magari anche  alleati del potere, in realtà il Vangelo ne patisce. Il regno di Dio, al cui  servizio si pone la Chiesa, non si misura sulla quantità e sull’imponenza,  ma sulla profondità e sull’incidenza. Non l’estensione, ma l’intensità è  veicolo del Vangelo. 

Tutti gli indicatori sociologici danno la Chiesa italiana in calo: meno  credenti e praticanti, minor richiesta di sacramenti, flessione delle  vocazioni sacerdotali e religiose, riduzione dei volontari. Sono statistiche  importanti che richiedono – come cerchiamo di fare – delle riflessioni e  delle scelte. E non ci consola molto sapere che siamo in buona  compagnia, perché anche gli altri organismi sociali, civili e politici (anzi,  soprattutto questi) attraversano una forte crisi di partecipazione. 

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Cadremmo tuttavia nella trappola dei numeri se ne facessimo motivo di  depressione o di ansia pastorale e saremmo ancora meno attrattivi. Gesù  non si è scoraggiato di fronte all’abbandono delle folle e dei discepoli,  perché sapeva che i semi sparsi dalla sua parola, affidati al Padre,  avrebbero portato frutto. Tante volte le esperienze pastorali più profonde  e incisive sono quelle vissute a tu per tu o in pochi. L’importante, in molti  o in pochi, in centinaia o solo in due, è la leggerezza del cuore, che mira  alla profondità. Non possiamo permettere ai numeri di guastarci la  bellezza di essere cristiani. 

Uno spunto sulle vocazioni al sacerdozio ministeriale e alla vita  consacrata, associate molto spesso alla parola “crisi”. Il calo numerico,  evidente, può avere diverse cause: certamente l’affievolirsi della fede,  l’abbandono della vita cristiana da parte di tanti ragazzi e giovani, un  clima ostile verso la Chiesa anche a motivo degli scandali, lo smarrimento  delle famiglie di fronte alle esigenze educative e l’ostentazione di una  mentalità edonistica e consumistica, pesano sulle scelte radicali della vita  cristiana. Anche in questo ambito, però, ci soccorre la leggerezza del  Vangelo. Più ci mostriamo ansiosi del numero di preti e consacrati, più  comunichiamo pesantezza. La prima ragione che ci spinge a prospettare  a un giovane o una giovane la strada del Seminario o del Convento non  può essere l’ansia del numero: rischieremmo di mettere le strutture da noi  legittimamente predisposte – parrocchie, conventi e monasteri – davanti  alle persone a cui avanziamo la proposta. 

Forse questa crisi numerica ci chiede di ripensare le strutture anziché  cercare di colmarle a tutti i costi. Sia chiaro: nel cammino cristiano la  proposta vocazionale va fatta ma con l’animo leggero, senza ansie. E va  fatta non per riempire le nostre caselle vuote, ma per offrire ai giovani  l’opportunità di dedicare la loro esistenza al Signore Gesù: chi  spendendosi per l’edificazione della comunità annunciando il Vangelo e  celebrando la Pasqua, chi abbracciando la testimonianza del primato del  regno. Il prete contento fa già con la sua vita pastorale vocazionale; se è  scontento, al massimo fa dei tentativi di arruolamento; la suora e il frate  contenti fanno già con la loro vita pastorale vocazionale; se sono  scontenti compiono tutt’al più opere di reclutamento. Noi non  conosciamo il numero ideale dei preti e dei consacrati per le nostre Chiese: ci sono nel mondo comunità fiorenti pur avendone pochi e altre  sofferenti pur avendone molte. Il punto dunque mi pare questo: la  proposta vocazionale va fatta perché molti giovani abbiano la possibilità  di buttarsi nella bella e sfidante avventura di regalare la propria vita al  Signore e al suo Vangelo. 

Il peso dell’io e la leggerezza del noi 

“Io” peso, “noi” siamo leggeri. Questo benedetto “io” che riempie i  miei discorsi è come il piombo; quando diventa “noi”, ciascuno completa  ciò che manca all’altro e partecipa delle sue risorse. L’io non deve avere  la leggerezza della piuma, che vola nell’aria senza meta e si posa per terra  a caso: questa sarebbe superficialità. L’io deve avere piuttosto la  leggerezza dell’ala, sapendo che può volare solo se troverà un altro io,  un’altra ala. Come ha scritto il venerabile don Tonino Bello (+ 1993)  nella nota preghiera Signore, dammi un’ala di riserva: «ho letto da  qualche parte che gli uomini hanno un’ala soltanto: possono volare solo  rimanendo abbracciati. A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare,  Signore, che tu abbia un’ala soltanto, l’altra la tieni nascosta, forse per  farmi capire che tu non vuoi volare senza di me (…). Ma non basta saper  volare con Te, Signore, tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il  fratello e aiutarlo a volare. Non farmi più passare indifferente vicino al  fratello che è rimasto con l’ala, l’unica ala, inesorabilmente impigliata  nella rete della miseria e della solitudine e si è ormai persuaso di non  essere più degno di volare con Te. Soprattutto per questo fratello  sfortunato dammi, o Signore, un’ala di riserva». 

Quando da bambino mia mamma mi vedeva sdegnato o arrabbiato per  motivi futili, mi riprendeva in modo brusco: «guarda a chi sta peggio e  vergognati!». Da adulto ho riconosciuto la saggezza di questo  rimprovero: era un invito a volare e ad impiegare l’ala di riserva per chi  era più sfortunato. Se non ci lasciamo afferrare dal Signore e portare su  ali d’aquila e se non abbracciamo chi fatica a decollare, rischiamo di  volare basso, di ripiegarci sui nostri problemi, che diventano macigni, e  di dare peso solo ai nostri bisogni. 

In questo contesto vorrei collocare anche la recente disposizione della  Santa Sede di completare il cammino di unificazione delle nostre due  Diocesi per dare origine ad un’altra; non possiamo definire la data in cui nascerà la nuova Diocesi, ma dobbiamo scandire insieme le tappe e le  modalità. Comporterà sicuramente delle fatiche, perché ogni  cambiamento implica resistenze, ma se lo affrontiamo, in ascolto dello  Spirito Santo e della Chiesa, come un volo in cui ciascuno mette un’ala,  sarà un arricchimento reciproco e un incentivo ad una missione più snella.  Nel corso dell’anno ci attiveremo a tutti i livelli (organismi diocesani,  parrocchie, associazioni e movimenti) per impostare i passaggi adeguati  dal punto di vista pastorale, territoriale e amministrativo. 

Concludo questo Messaggio con l’immagine scelta da papa Francesco  per il Giubileo del 2025: “pellegrini di speranza”. Il pellegrino, a  differenza del vagabondo, ha una meta e non gira a zonzo: noi abbiamo  una meta esaltante, il regno di Dio che si compirà in cielo ma comincia  già ora a crescere, se trova gioiosi operai del Vangelo. Il pellegrino poi,  a differenza del corridore, non deve gareggiare con altri, non ha la smania  di arrivare tra i primi e nemmeno l’ansia del podio, ma cammina  godendosi il sentiero e apprezzando la compagnia degli altri pellegrini:  noi abbiamo un percorso esaltante, grati per i doni di Dio e per la  fraternità di chi percorre la stessa via. Il pellegrino cammina senza essere  costretto, solo per la gioia di misurarsi e scoprire la natura, l’arte e il  Signore. Ma il pellegrino deve avere uno zaino leggero, altrimenti  soccombe. Il Cammino sinodale sta cercando di alleggerire lo zaino: non  si può pellegrinare tirandosi dietro delle carovane. Il Giubileo e il Sinodo  potranno alimentare la nostra speranza, che non delude perché fondata  sull’amore di Dio riversato nei nostri cuori (cf. Rom 5,5) e la nostra  leggerezza, perché camminiamo con gioia e gratitudine nel sentiero del  regno di Dio. 

+ Erio Castellucci 

Modena-Carpi, 21 settembre 2024