IV Domenica di Quaresima – “Laetare” 

Anno C – Giosue 5, 9a.10-12; 2 Corinzi 5, 17-21; Luca 15, 1-3.11-32 

LA GRAMMATICA DELL’AMORE 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Il suonatore di flauto, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 54-56; 4.a di Quaresima, Anno C 

1. Il fariseo e lo scriba che dimorano nell’uomo di ogni luogo e di ogni tempo trovano  difficoltà a immaginare un Dio che non nega  compagnia, tavola e parola all’ingiusto,  sicuramente il Dio di Gesù che in Gesù si lascia  avvicinare e ascoltare da pubblicani e peccatori.  Ed è proprio a coloro che si ritengono giusti che  Gesù narra una parabola: «Un uomo aveva due  figli». 

2. La prima parte del racconto si sofferma sul  rapporto figlio più giovane-padre a partire dalla  descrizione dell’itinerario umano del primo,  scandito da verbi precisi che segnano altrettante  tappe del suo nascere a uomo. Il tutto inizia con un  «dammi, partì» (Luca 15, 12-13), è il momento  della decisione del divenire titolari della propria  esistenza lontani da ogni tutela paterna e familiare.  Il padre dà e lascia andare, non hanno senso  rapporti costretti. A questo inizio segue il  momento contraddistinto dallo «sperperò» con  prostitute, dal «cominciò a trovarsi nel bisogno»,  dall’«andò a mettersi al servizio» e dall’«avrebbe  voluto saziarsi» (Luca 15, 13-16). E la  registrazione di un fallimento: dai beni alla  penuria, dai molti amori all’assenza di una donna  amata che riama e dalla condizione filiale a quella  servile. 

La terza tappa è segnata dal «ritornò in sé – disse a sé – mi alzerò – andrò – dirò» (Luca 15, 17- 20). «Quando gli Israeliti» recita un proverbio  rabbinico «sono costretti a mangiare le carrube, si  convertono». Conversione nel nostro caso come  un “venire a sé”, un “ritornare a sé” e un “dire a  sé” a partire dal proprio disagio: «Ho fame», e  dall’ammissione della propria responsabilità: «Ho  peccato», che diventano nostalgia: «Ritornerò da  mio padre» e decisione: «Si mise in cammino e  ritornò». 

Il “rientrare in sé” come momento di discernimento della propria situazione interiore ed  esteriore è condizione imprescindibile per “uscire” da situazioni insostenibili, per riprendere cammini  che possono condurre a conclusioni inimmaginabili, per il figlio più giovane l’approdo  a una nuova e inaudita conoscenza del padre e di  se stesso. 

È la tappa della rinascita. Si aspettava, attraverso la via della ammissione della propria  colpa e indegnità (Luca 15, 21), un posto da  salariato e trova un padre che, ancora lontano, «lo  vede», ne «ha compassione», «gli si getta al  collo», «lo bacia» (Luca 15, 20) e lo reintegra  nella sua dignità di figlio regale, con la veste  preziosa, l’anello del potere, i sandali della libertà  e il vitello grasso delle grandi occasioni. 

Siamo al cospetto della grammatica dell’amore  di un padre che altri non è che il Padre di Gesù che  ai pubblicani e ai peccatori, riassunti nel figlio  minore, ricorda l’urgenza di uscire da ogni logica  meritocratica e minimale: merito almeno il posto di  salariato confessando il mio peccato e riconoscendo  di non essere degno della filialità. L’amore che  reintegra non lo si merita mai, ma lo si accoglie  come dono gratuito, lasciandosi sommergere dalla  sua folle esagerazione. 

3. Questa parola oggi proclamata nelle assemblee liturgiche risveglia il pubblicano e il  fariseo che convivono in noi a entrare nella logica  del Padre di Gesù, quella del puro dono d’amore  gratuitamente ricevuto e gratuitamente travasato  che rende la vita autentica e gioiosa, il solo a far  risuscitare i morti e a ridare dignità regale agli smarriti.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).