III Domenica di Quaresima
Anno C – Esodo 3, 1-8a.13-15; 1Corinzi 10, 1-6.10-12; Luca 13, 1-9
ABITARE LA PRECARIETÀ
Giancarlo Bruni O.S.M., in Il suonatore di flauto, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte (BG) pag. 51-53; 3.a di Quaresima, Anno C
1. Il camminare con Gesù si arricchisce di un nuovo capitolo: dal deserto della tentazione e dal monte della trasfigurazione alla strada che conduce a Gerusalemme (Luca 9, 51-19, 27). Un percorso ricco di avvenimenti e di insegnamenti, tra cui l’apprendere a interpretare i segni dei tempi (Luca 12, 54-57) non esclusi fatti di “cronaca nera”. Quelli, ad esempio, riferiti dal Vangelo di oggi a proposito di quei galilei, forse zeloti, fatti uccidere da Pilato, dalle truppe di occupazione romana mentre presentavano la loro offerta al tempio, o di «quei diciotto su cui rovinò la torre di Siloe».
E un dato incontrovertibile che l’esistenza umana è soggetta a violenze da parte dell’uomo, del caso e di sconvolgimenti naturali, dato variamente interpretato. Il Vangelo si limita a registrare una delle tante possibili opinioni, quella che ne addebita la responsabilità alle stesse vittime: la loro malasorte è il prezzo dovuto al loro male agire, è la giusta punizione divina.
2. Gesù non accondiscende a questo tipo di lettura dei suoi interlocutori. Il principio della realtà – queste cose accadranno fino alla sua seconda venuta (Luca 21) -, deve essere liberato dal giudizio, nel senso che colpiti e non colpiti sono tutti ugualmente “peccatori” e “colpevoli” davanti a un Dio, che non si compiace di distruggere nessuno, ma che, pienamente in Gesù, si rivelerà come amore incontenibile proprio per i non innocenti. Senza mezzi termini (Osea 11, 9; Ezechiele 18, 23.33-11; Giovanni 4, 11; Luca 23, 34; Romani 5, 6-8). E inoltre deve essere liberato dal fatalismo e abitato dal principio della conversione: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Conversione a che cosa? Al «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Luca 6, 36), alle «opere degne della conversione» (Luca 3, 8) di cui aveva già parlato il Battista e al vangelo dello stesso Gesù (Luca 6, 12-49). Un passaggio a cui ciascuno è chiamato: il divenire da albero infruttuoso, che giudica e che si lascia andare, ad albero che porta il frutto della misericordia, lasciandosi scavare e concimare dalla parola di Cristo, vignaiolo intercessore presso la pazienza amante di un Padre, mai finita, e che tuttavia esige di non essere superficialmente disattesa.
3. Il Vangelo non si sottrae all’amara esperienza della cronaca nera. Gesù sa che i crolli esistono e i massacri pure; ciò che a lui preme sottolineare è il come abitare il tempo della precarietà da cui nessuno può ritenersi esente. Non da migliori, perché la disgrazia ci ha schivati, e neppure da rassegnati, ma con mente nuova. Si tratta di attraversare le catastrofi causate dalla natura e dall’uomo, ovviamente senza impedirsi il discorso delle responsabilità, ove ci siano, semplicemente ad altezza di uomo convertito.
Convertito al cuore di carne che si prende cura dei colpiti e convertito all’attenzione a mai essere motivo di sciagura per gli altri; e ancora convertito alla speranza: «E bene aspettare in silenzio la salvezza di Dio» (Lamentazioni 3, 26). Anche se recisi (Matteo 10, 28-31; Luca 21, 28) non lo si è per sempre.
Le vittime per l’Iddio di Gesù sono tutte “figlie della risurrezione”: arma, caso e terremoto non sono la ultima parola. Da temere c’è solo il concedersi alla presunzione di ritenersi giusti, al riparo di ogni disgrazia, e il negarsi alla concimazione della parola, irridendo la pazienza di Dio e continuando a ferire e a devastare l’uomo. Un fare il male che equivale a farsi del male, a non voler nascere a dignità umana.
Da non temere è la precarietà, se vissuta da convertiti all’attenzione all’altro e alla visione dei cieli aperti, al punto di essere trovati pronti, anche se colpiti. Gesù ancora una volta va diritto al cuore dei problemi, con quale atteggiamento e con quali prospettive vengono vissuti.
Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.
Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).