VIII Domenica del Tempo Ordinario 

Anno C – Siracide 27, 4-7 (5-8 NV); 1Corinzi 15, 54-58; Luca 6, 39-45 

GUARIRE DALL’IPOCRISIA 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Il suonatore di flauto, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il  Monte (BG) pag. 117-119; 8.a del Tempo Ordinario, Anno C 

1. Discepoli, apostoli e folla (Luca 6,  13.17.27) continuano ad essere gli interlocutori  di Gesù, la cui parola è oggi un invito a  giudicare da se stessi (Luca 12, 57) se sia mai  possibile che un cieco possa far da guida a un  altro cieco. Più direttamente, se sia mai  possibile che un ipocrita possa orientare al  meglio il cammino di un altro bisognoso di un  maestro. Di questo propriamente si tratta, di  una riflessione sulla figura dell’“ipocrita” (Luca 6, 42), l’uomo in maschera che illude se  stesso e gli altri nella sua presunzione di occhio  capace di discernere e di aiutare a discernere  ciò che abita nel cuore dell’uomo. Un’arte  raffinata che può risolversi in rovina (Luca 6,  39) quando essa è figlia dell’ipocrisia. La storia  religiosa, ecclesiale, sociale e familiare è zeppa di “cattivi maestri”. Gesù, preoccupato  del bene dell’uomo, mette in guardia da tale  pericolo. 

2. Ma chi è l’ipocrita? E che cosa è l’ipocrisia? Ipocrita e ipocrisia dicono  simulazione, contrasto e menzogna.  

Simulazione nel senso di celare, di mascherare  il proprio vero pensiero e le proprie vere  intenzioni a voler allontanare da se ogni  sospetto; contrasto nel senso di voler apparire  all’esterno altro da ciò che in verità si è  all’interno, e menzogna nel senso di lucido,  radicale inganno di sé e degli altri. E questo  attraverso comportamenti religiosi, sociali, etici  e affettivi di pura facciata al fine di acquisire  riconoscimento, consenso, notorietà, seduzione  delle coscienze e guadagno. Ipocrita in questa  ottica, sempre pronto al moralismo nei  confronti altrui, attento alla pagliuzza-minuzia  che sono nell’altro e indulgente verso la trave che è nel suo occhio, un’indulgenza che di fatto  costituisce ciechi (Luca 6, 41-42), privi del  discernimento del bene e del male. 

Pericoli pubblici che Gesù definisce:  «Sepolcri imbiancati» (Matteo 23, 22), ciechi  che si immaginano veggenti (Giovanni 9, 40-41) e nemici dell’uomo e di se stessi, e che  tuttavia il Figlio dell’Uomo ama all’in verosimile. Leggendo queste pagine, non va  mai dimenticata la chiave di lettura che le  sottende: Gesù fa emergere l’oscuro e il falso  che è nell’uomo per sostituirlo con la luce e la  verità. Egli non giudica per condannare ma per  redimere. Da medico sa che la misericordia  (Matteo 9, 12-13) non può impedirsi il  momento della diagnosi, cruda e rigorosa. Nel  caso dell’ipocrita si tratta di notificargli in  onestà la gravità della sua malattia annidata al  centro del suo essere, il cuore, e si tratta di  notificargli che la via della guarigione si  chiama terapia del cuore e che guariti lo si è  quando si diventa «puri di cuore» (Matteo 5, 8). 

Stranieri, cioè, al pensare, al sentire e al vivere  ipocrita per un pensare, un sentire e un vivere  secondo una retta coscienza (Luca 12, 57) e  compiutamente secondo l’evangelo. Senza  maschere, sorretti e orientati in verità dalla  solarità di una parola che libera da ogni  doppiezza, rendendo semplici, gli uomini del sì  sì-no no, e capaci di distinguere bene e male e  gradito a Dio o no, gli uomini della verità  (Romani 12, 2; 1Tessalonicesi 5, 21). Ove la volontà di bene e il vangelo prendono il posto dell’illusione-presunzione  dell’ipocrisia lì avviene la guarigione, il  passaggio dalla simulazione alla misericordia  che fa vedere bene e dire bene (Luca 6, 45). E  solo ai puri di cuore, agli amanti che riflettono la lucida e severa cura di Dio, sarà dato  divenire simili al Maestro (Luca 6, 40), liberati  dal male della simulazione, in grado di  adempiere con la finezza del Signore (Matteo 12, 20) l’arte della correzione fraterna, il  togliere con dolcezza salda pagliuzze che  impediscono la visione piena della saggezza  evangelica. 

3. Che fare? Non sbagliare medico, si  chiama Gesù, e non sbagliare medicina, si  chiama Vangelo, per divenire albero non  ipocrita ma buono (Luca 6, 43- 45), portatore  del buon frutto del vangelo. Anche per gli  ipocriti c’è salvezza.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).