Ascensione del Signore 

Anno A – At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20 

L’ANNUNCIO TRINTARIO 

Giovanni Vannucci, «L’annuncio trinitario», Ascensione del Signore, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Pag. 81-82 

«Andate, battezzate nel nome del Padre, del  Figlio e dello Spirito Santo tutte le genti»  (Matteo 28, 19).  

Due brevi precisazioni sulla terminologia di  questa frase. “Battezzare” è sommergere  nell’onda vivificante e purificatrice qualcuno.  L’onda in cui i credenti son chiamati a  sommergere l’umanità è il Nome del Padre, del  Figlio e dello Spirito Santo. 

Cos’è il “Nome”? Per gli antichi, il nome non  era un qualcosa di convenzionale o di  secondario, definiva l’essenza della cosa o della  persona che lo portava. Per noi che valutiamo il  nome dal punto di vista delle nostre lingue  esclusivamente fonetiche, è molto difficile  capire questa particolarità.  

Il nome divino specificato nelle sue tre  personali componenti, sulle labbra di Cristo  indica la viva realtà di Dio, avente un legame  diretto con tutta la realtà cosmica, come  Creatore, come animatore di vita e di ascesa,  come compimento del faticoso e glorioso  cammino della creazione nello sconfinato  oceano dell’Amore.  

Siamo chiamati a immergerci e a immergere  in quest’onda divina tutto il creato! A vivere  cioè nella consapevolezza che la creazione non  è la risultante di un cieco impulso di cellule e di  facoltà, ma il frutto di un intervento costante,  atemporale, sempre nuovo, la cui natura, pur  sfuggendo alla coscienza razionale – tributaria  com’è del tempo e dello spazio – è avvertita e  creduta per la fede. A vivere nella certezza  profonda che tribolato cammino del creato non  è abbandonato a se stesso, ma accompagnato da  una Presenza che prende su di sé gli errori, i  peccati, la morte, bruciandoli per trasformarli in  germinazione di vita. A muoverci nella fiducia  che l’esistenza creata, nonostante le sue tragiche  ombre, le sue dure chiusure, le sue disperanti  esperienze, un giorno sarà illuminata da una  luce, una pace, una pienezza di gioia e di amore  inimmaginabili. 

Sì, il cammino è duro. La mèta sognata dalle  più profonde esperienze umane è in  contraddizione con l’esperienza normale.  Immersi in una forma di coscienza embrionale,  tortuosa, avida, aneliamo al possesso di Dio;  legati a una mente incerta e oscura, sogniamo  una luminosa e completa conoscenza; lacerati  da guerre, ingiustizie, bramiamo trasformare le  lance in aratri; aneliamo a una libertà assoluta e  costruiamo delle società sempre più  condizionanti; avendo un corpo fragile e  caduco, nutriamo la speranza che la nostra  mortalità si rivesta d’immortalità. La ragione,  constatando il divario insormontabile tra  l’ideale e la realtà, diffida degli elevati sogni e  preferisce l’umile e dolorosa realtà, chiudendosi  in più limitati orizzonti e in uno, apparente mente giustificato, scetticismo.  

Noi che crediamo, che per la nostra fede  vivente siamo chiamati ad accendere nei cuori i  più folli sogni, ad annunciare la parola magica  della speranza, a comunicare a tutti la coppa del  vino migliore, non possiamo che continuare ad  attendere e ad annunciare il compimento del  miracolo della trasmutazione della morte nella  vita, della coscienza imperfetta nella luminosa  pienezza della coscienza vivente in Dio, della  carne nello Spirito.  

Nell’insufficienza dell’esistenza c’è il germe  della redenzione e della pienezza della vita.  Nelle tenebre esiste la luce che le consumerà,  nelle strutture limitatrici un’energia liberante.  

Sono sogni di una mente esaltata? Proviamoci ad avere pensieri immensi come  l’immensità divina, rompiamo i nostri piccoli  amori in un amore sempre più vasto, dilatiamo  le nostre piccole libertà nella sconfinata libertà  dei figli di Dio. E vedremo che la realizzazione  di Dio, nell’intimo e nell’esteriore, è il più alto e  legittimo senso della vita umana.

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