XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

Anno B – Sapienza 1, 13-15; 2, 23-24; 2 Corinzi 8, 7.9.13-15; Marco 5, 21-43 

ABBRACCIO DI GUARIGIONE E DI RISURREZIONE 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Buona cosa è il sale, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 140-142; 13.a Domenica del T.O. – Anno B 

1. Ancora miracoli per dire che non il loro  numero e neppure la loro straordinarietà devono  attirare l’attenzione, ma il “chi” essi vogliono  rivelare e il “che cosa” essi vogliono indicare. Essi  manifestano la fragilità della condizione umana  soggetta alle onde del mare, ai disturbi psichici, alle  malattie fisiche e all’inesorabilità della morte e, al  contempo, narrano la potenza di Dio posta in Gesù,  il Messia a servizio della liberazione-guarigione  dell’uomo. Scopo dei miracoli è pertanto svelare  “chi” c’è dietro a essi: l’uomo debole e Gesù salvezza  di Dio, traduzione delle viscere di misericordia di un  Padre nell’atto di inchinarsi con benevolenza sugli  affaticati e oppressi della terra. Un inchinarsi in  vista di un puntuale “che cosa”, segnalare l‘incipit di  un mondo nuovo teso a restituire l’uomo e la natura  alla loro integrità manomessa; un adesso in  cammino verso il giorno in cui non ci sarà più né  pianto né morte (cf. Apocalisse 21, 4-5). 

Miracoli dunque come eventi indici della cura di  Dio per l’uomo, della messianicità di Gesù e  dell’inizio di nuova creazione, un qui-e-ora in  cammino verso il non-ancora del suo compimento,  particolarmente evidente ove avviene il grande  miracolo da ricercare e mai negato, il passaggio dal  cuore di pietra, la malattia della disumanizzazione,  al cuore di carne, la guarigione dell’umanizzazione  che si lascia raccontare anche in corpi deboli e in  anime sofferenti. È in quest’ottica che vanno lette le  guarigioni della donna affetta da emorragie e della  fanciulla morta. 

2. La donna affetta da emorragie (cf. Marco 5, 25- 34) è l’immagine della creatura che ha perso tutto:  salute, figli, denari, speranza nei medici, relazioni  sociali e accesso alla sinagoga proprio a causa di  una malattia che la poneva in uno stato di impurità  legale (cf. Levitico 15, 25). Vera icona dei senza  nome, dei privati di se stessi, anonimi perduti in  una folla anonima, senza vie d’uscita, senza risposta al loro desiderio di guarigione. Marco ama  sottolineare il fatto che sotto il sole si danno  situazioni estreme di disagio, e altresì ama  sottolineare che anche in questi casi continua il  permanere di un’estrema speranza: l’uscirne; una  speranza, conclude l’evangelista, non delusa quando  i senza nome vengono a conoscenza del nome di  Gesù nel quale Dio salva. È la speranza che muove  questa donna dal corpo malato a toccare almeno il  mantello di quel corpo da cui emana una forza di  guarigione. 

Siamo al cospetto di una singolare via di  salvezza, quella del contatto dei corpi, ove il toccare  il corpo o il mantello di Gesù equivale a ricevere da  Gesù l’energia che sana il proprio corpo malato,  energia espressione dell’amore di Dio sprigionato  da quel corpo. Magia? No, puntualizza Marco. Vi è  toccare e toccare, quello della folla attorno a Gesù e  quello di questa donna: «Diceva infatti: “Se riuscirò  anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”»  (Marco 5; 28). Il suo gesto è ispirato dalla fiducia in  Gesù, nasce da un personale atto di fede che libera  all’istante la forza taumaturgica di Gesù (cf. Marco 5, 29), fede percepita da Gesù (cf. Marco 5, 30-33) e  portata a piena luce da Gesù: «Figlia, la tua fede ti ha  salvata. Va’ in pace e sii guarita dal male» (Marco 5,  34). Quella donna che nascostamente – è dei poveri  rimanere nell’ombra – ha toccato con mano la  salvezza, ora è portata a piena luce, restituita a un  diverso rapporto con Gesù, dal guardarlo di spalle al  faccia a faccia nel non tremore e nel dialogo: «La  donna gli disse tutta la verità […]. Egli le disse»  (Marco 5, 33-34). E ancora restituita a un diverso  rapporto con se stessa, da anonima a figlia, e alla  vita sociale e religiosa. 

Ed eccoci all’altro miracolo, quello della  figlioletta di un capo della sinagoga di nome Giairo  (cf. Marco 5, 21-24.35-43); salvezza totale non vi è  se non si dà guarigione dalla morte. Attorno a  quest’ultima vi è sempre il desiderio di sfuggirla (cf. Marco 5, 23), agitazione e lamento (cf. Marco 5, 38)  e derisione nei confronti di chi la ritiene non ultima  parola (cf. Marco 5, 40). L’evangelista vuole  risvegliare l’attenzione su come Dio in Gesù  incontra una dodicenne morta (cf. Marco 5, 42): va  (cf. Marco 5, 24), giunge a quella casa (cf. Marco 5,  38), vi entra (cf. Marco 5, 39-40), converte la morte  in sonno: «La bambina non è morta, ma dorme» (Marco 5, 39), prende per mano la fanciulla, il suo  corpo è potenza di risurrezione, e pronuncia la  grande attesa parola: «Fanciulla, io ti dico: alzati»  (Marco 5, 41), verbo di risurrezione. Io sono colui  che ha potere sulla morte, la loro mano senza vita è  nella mia mano che dà vita, la loro sorte è nella mia  parola. L’unica cosa richiesta è: «Non temere, solo  abbi fede» (Marco 5, 36), nello stupore (cf. Marco 5,  42). 

3. Sì, non resta che il silenzio proprio agli iniziati  alla sublime conoscenza del corpo di Gesù come  luogo che manifesta e trasmette l’eros di Dio, che va  là ove sono corpi malati e corpi morti per stringerli  a sé e per farsi stringere in un abbraccio di  guarigione, e lo è già l’essere riconosciuti, e di  risurrezione. Un Gesù che attraverso i suoi vuole  continuare ad essere contatto che salva (cf. Marco 3,  10; 6, 56; Luca 6, 19; Atti 5, 15; 19, 11-12).

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).