V Domenica di Quaresima

Anno C – Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

L’ADULTERA

Estratto da “La vita senza fine” di Giovanni Vannucci – O.S.M. , 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1985; 5a domenica di Quaresima: «L’adultera». Anno C. Pag. 67-69. Testo non rivisto dall’autore.

Condussero davanti a Gesù una donna colta in flagrante adulterio, perché pronunciasse su di lei il suo giudizio: «Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio; Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare simili donne. Tu che ne dici?». Gesù guardò fisso l’accusatore, poi la donna che stava ai suoi piedi, indi fissò la folla con inesprimibile sguardo. Si fece un gran silenzio. Gesù chinatosi cominciò a scrivere col dito sulla terra. E siccome continuavano a interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». Chinatosi di nuovo, ricominciò a scrivere sulla terra. Quelli, udite le parole di Gesù, ripresi dalla loro coscienza, si allontanarono a uno a uno, cominciando dai più vecchi sino agli ultimi. Gesù, alzatosi, non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?». Ella rispose: «Nessuno, Signore». Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più!» (cfr. Giovanni 8, 3-11).

Ancora una volta Gesù era uscito dal tranello tesogli, non solo, ma aveva dato un altro insegnamento di valore universale. Gesù non approva l’adulterio, tutt’altro, ma Egli distingue sempre il peccato dal peccatore. Esiste un’innocenza del male che non preclude la colpevolezza, ma lo rende degno di compassione; innocente è il peccatore travolto dalla miseria della sua natura che non sa e non può dominare e vincere. Egli non è indotto al male da cupidigia o volontà, ma da una debolezza cui non fu posto riparo in tempo.

La colpa di certi peccati è divisibile, a questo Gesù guarda, di questo tien conto. Non inorridisce del peccato, ma della pertinacia, della malizia nel peccare. Tra la povera donna peccatrice e la bassa astuzia degli ipocriti che si scagliano contro l’infelice, per vendicare nel suo sangue la soffocata lussuria che li tormenta, e che del peccato fanno un pretesto per avere un’arma onde colpire un’innocente, Gesù non esita: «Chi è senza peccato scagli per primo la pietra».

Ma come può l’incolpevole rimanere tale, rendendosi strumento di violenza e macchiandosi di giudizio? Strettoia logica, e la mente di Gesù opera a fil di argomentazioni: «Se tu sei comunque colpevole di qualcosa, ricordati in quest’ora se è il caso per te di erigerti a giudice; e se sei incolpevole, come potrai farti strumento di un delitto, perché uccidere è un delitto?».

Nessuno condanna l’adultera e Gesù, che potrebbe condannarla, non lo fa. L’infelice era già stata punita abbastanza; soprattutto in lei cominciava a risvegliarsi una coscienza che l’avrebbe lapidata assai più del popolo. Gesù le dice: «Neppure io ti condanno, tu non peccare più». Il riscatto è coscienza e Gesù non dice alla donna:

«Tu non hai peccato», ma dice: «Tu non peccare più», ti basti questa lezione.

Sull’adulterio, Gesù ha idee molto chiare. Egli vede l’adulterio stabilirsi assai più nell’anima che non nella carne; perché l’adulterio nasce da una vogliosità colpevole dell’anima, da un iniquo desiderio. Mosè vedeva già questa radice avvelenata e cercava di stroncarla con il comandamento: «Non desiderare la donna d’altri». Gesù va oltre: «Chiunque di voi guarda una donna con desiderio, commette adulterio, in cuor suo, contro di lei» (Matteo 5, 28). Il desiderio malvagio ha una tale forza contaminante che desiderare malamente equivale a contaminare.

Colui che è oggetto di un malvagio desiderio ne viene contaminato, infettato, reso perciò più debole e vulnerabile. Un desiderio impuro provocherà sempre impurità; una malvagia voglia si moltiplica per quanti nel mondo possono risentirne l’influsso. Gesù pone la scure alla radice dell’albero: «il desiderio»; poiché «non ciò che entra, ma ciò che esce dall’uomo contamina l’uomo» (Marco 7, 15).

Un’altra lezione ci viene dal comportamento di Gesù verso la donna adultera; la formulo con una domanda: «Se essa non avesse peccato avrebbe incontrato Gesù?». Cristianamente anche nel peccato c’è una possibilità di luce e di riscatto. La più umiliante caduta può rivelarci quello che in realtà siamo, e riattivare, in tal modo, la sete dell’infinita vita divina.

Certo, non sono gli impeccabili virtuosi che incontrano Gesù, ma Zaccheo, il peccatore, cosciente della sua indegnità; l’adultera che, nell’incontro con Gesù, ritrova il senso e la mèta delle sue capacità d’amore.

Il miracolo della Grazia si celebra in chiunque realizza nell’umiltà il proprio nulla e, non osando chiedere nulla e nulla più attendendo, raggiunge la disponibilità interiore di ricevere tutto. Umiltà che costituisce la cruna d’ago attraverso la quale i dottori della legge con il loro bagaglio di nozioni, e le anime belle con le loro salmerie di virtù non passano e non lasciano passare. «Gesù ha detto: “Poveri farisei, assomigliano a un cane che si è messo a dormire sulla mangiatoia: non mangia e non lascia che i buoi mangino”» (Vangelo di Tommaso).