DOMENICA DELLE PALME  

Passione del Signore 

Anno B – Isaia 50, 4-7; Filippesi 2,6-11; Marco 11,1-10; 14,1-15,47  

IL MESSIA ACCLAMATO, PROFUMATO E CROCIFISSO 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Buona cosa è il sale, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 62-64; DOMENICA DELLE PALME Passione del Signore – Anno B 

1. Il cammino terreno di Gesù è verso Gerusalemme, città nella quale egli entra  nell’acclamazione ponendovi gesti decisivi e  pronunciandovi parole radicali che ne segneranno il  destino. Un ingresso attraversato da un grande  equivoco. Da un lato la folla che vede in Gesù il  Messia atteso a liberare il popolo dall’occupazione  romana instaurando il regno di David, d’altra parte  Gesù che, pur capendo le aspettative di un popolo  amato e oppresso, sa che non potrà esaudirne il  desiderio. Altro è il suo modo di declinazione della  regalità, Messia sì ma nella linea della debolezza  forte della croce e non della potenza e del successo  politici. Un equivoco che a breve sarà sciolto: al  grido «benedetto» (Marco 11, 9) seguirà il grido  «crocifiggilo» (Marco 15, 13-14), e trono del Messia  sarà la croce e «La scritta con il motivo della sua  condanna diceva: “Il re dei Giudei”» (Marco 15, 26).  

2. Ma tra l’ingresso festoso in Gerusalemme di  Gesù e la sua passione si snodano tutta una serie di  gesti e di parole che meritano attenzione nel loro  dischiudere a un’intelligenza profonda di lui e ai  molteplici modi di porsi nei suoi confronti. La cosa  ci riguarda da vicino. Tra i gesti vogliamo ricordare  la cacciata dei venditori dal tempio connessa  all’episodio del fico sterile (cf. Marco 11, 12-17) a  voler dire che egli, Gesù, è il tempio di Dio (cf. Marco 14, 58) che emancipa i credenti in lui da ogni  tempio fatto da mano d’uomo, rendendoli idonei al  compimento di frutti buoni a tempo debito e  indebito. Il bene non conosce stagioni morte.  

Tra le parole ricordiamo quella relativa al tributo  a Cesare (cf. Marco 12, 13-17), un invito a non  idolatrare l’autorità politica convertendola in  assoluto, a non politicizzare Dio strumentalizzando lo ai propri scopi e ad assumere le proprie  responsabilità sociali con coscienza pura davanti a  Dio e agli uomini. Insegnamento a cui fa seguito  quello riguardante la resurrezione dei morti  (Marco 12, 18-27), un atto di fede frutto di una relazione personalissima con il Dio della Scrittura  che è in sé e per sé Dio dei viventi e non dei morti,  un Dio che convince a pensarlo per quello che è: un  Tu a cui la vita dell’uomo è cara per sempre. Caro gli  è il suo futuro e caro gli è il suo giusto orientamento  nel presente, l’amare Dio e il prossimo come lo ama  Dio in Gesù, vale a dire in termini non condizionati  da ragioni religiose, morali ed etniche.  

Semplicemente perché creatura umana. Questo dice  la parola relativa al primo comandamento,  problema posto da un maestro della legge lodato  per la sua saggezza (cf. Marco 12, 28-34).  

Un abitare la terra dunque nell’amore e, il  riferimento è al discorso sulla fine del tempo (cf.  Marco 13), non da ossessionati da previsioni predizioni sulla fine e neppure da distratti che non  attendono nulla. Ma nella consapevolezza che  questo mondo vecchio finirà lasciando il posto al  regno di Dio. Un dire e un agire, questi di Gesù, che  qualificano la sua messianicità-regalità in termini,  direbbe Giovanni, di “verità”: «Allora pilato gli  disse: “Dunque tu sei re?” Rispose Gesù: “Tu lo dici:  io sono re. Per questo io sono nato e per questo  sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla  verità”» (Giovanni 18, 37). Verità circa Dio,  l’orientamento al vivere, la morte, il dopo morte, il  destino ultimo del mondo e la relazione con  l’istituzione politica e religiosa. Soprattutto  quest’ultimo aspetto, la purificazione del tempio,  provocherà tra i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli  anziani una forte reazione: «Con quale autorità fai  queste cose?» (Marco11, 28), accompagnata da una  precisa decisione: «E cercavano di catturarlo»  (Marco 12, 12). Capi accusati da Gesù di due  misfatti: il sentirsi padroni di un popolo non loro  ma di Dio, il voler usurpare un posto non loro ma  dell’erede che è l’inviato di Dio (cf. Marco 12, 1-12). 

Le premesse della passione sono poste e  riguardano ragioni interne a ogni autorità religiosa,  non elusa quella ecclesiale: il passaggio dal servizio  alla logica padronale (cf. 1Pietro 5, 2-3) di chi dimentica che nella Chiesa uno solo è il Padre e uno  solo il Maestro, e tutti fratelli ciascuno al proprio  posto di servizio. 

3. In questo scenario di entusiasmo ambiguo e di  decisione di morte si staccano due donne, profezia  di quello che sta avvenendo. L’una, vedova e povera,  dà «tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per  vivere» (Marco 12, 41-44), e diventa l’icona di Gesù  che ha dato tutto se stesso. Il gettato fuori dalla  vigna (cf. Marco 12, 8) è colui che dona la sua vita in  riscatto (cf. Marco 10, 45) a chi lo ha respinge, ebreo  e non ebreo, divenendo pietra angolare (cf. Marco 12, 10) di una nuova umanità, quella che benedice  chi ti maledice (cf. Efesini 1, 3s; Galati 3, 13).  

La seconda donna è quella dell’unzione di  Betania (cf. Marco 14, 1-11) che nella sua intuizione  di amore, andando oltre i discorsi eticamente e  politicamente corretti del giusto valore dei beni e  della loro giusta destinazione ai poveri, inonda di  profumo un corpo che è emanazione unica di un  profumo unico, il lasciarsi ferire convertendo quella  ferita in porta d’ingresso nel suo amore, aperta a  tutti. Le due donne offrono la chiave di lettura della  passione.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).