XXI Domenica del Tempo Ordinario
Anno C – Isaia 66, 18-21; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30
UNA PORTA STRETTA PER ENTRARE IN UNA ESISTENZA DILATATA
Giancarlo Bruni O.S.M., in Il suonatore di flauto, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte (BG) pag. 157-160; 21.a del Tempo Ordinario, Anno C
1. Il desiderio che pulsa nel profondo dell’uomo è il conoscere sé stesso e il divenire sé stesso, e il Cristo, nell’esperienza dei suoi discepoli, è la «porta stretta» che lo introduce alla ineffabile visione della sua verità e alle esigenze radicali che essa comporta. Attraversare questa porta e intraprendere questo cammino è viaggiare con Gesù verso Gerusalemme (Luca 13, 22) a morirvi «fuori porta» (Ebrei 13, 12), metafora a voler dire che l’uomo raggiunge la sua adempiuta statura quando diviene, a similitudine di Cristo, dono libero, gratuito e totale di sé a chi lo caccia fuori dalla porta di casa. Ove ciò accade, il giorno si apre al senso e il futuro all’ingresso nel regno di Dio, la mensa del banchetto messianico (Luca 13, 28-29).
2. E in questa prospettiva che va letta la pagina evangelica che muove da una domanda: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» (Luca 13, 23): domanda non originale, ma oggetto di dibattito nei circoli rabbinici e apocalittici: tutto Israele entrerà nel mondo futuro, dicevano i rabbini, pochi vi entreranno, rispondevano gli apocalittici. La risposta di Gesù inizia con uno «sforzatevi-lottate per entrare per la porta stretta» (Luca 13, 24) e si conclude con l’invito a volgere lo sguardo a quanti «da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno siederanno a mensa nel regno di Dio» (Luca 13, 28-29). Sforzo è raccogliere tutte le proprie energie convogliandole in un atto di decisione senza pentimento: l’atto di accogliere Gesù come porta che, detto in termini giovannei, introduce a pascoli di vita abbondanti (Giovanni 10, 9). Una porta stretta, ma che, al pari dei sentieri di montagna, introduce in scenari vastissimi, a giorni di luce nella sovrabbondanza della forte tenerezza. Una grazia ad alto prezzo, una lotta contro la seduzione delle porte larghe, tra i cui nomi possiamo annoverare le vertigini dell’egocentrismo, dell’avere e del potere. Cristo stesso ha lottato contro chi gli proponeva vie larghe, altre da quella della volontà del Padre, il sentiero dell’adorazione, dell’ascolto della parola e dell’agápe (Luca 4, 1-13; 10, 25-28; 22, 39-46; 23, 45-49). E così il cristiano (1Timoteo 6, 12; 2Timoteo 4, 7ss; Filippesi 3, 12; Efesini 6, 10-17; Ebrei 12, 1-4). La via che la porta-Cristo apre è un dono, dunque, che domanda la decisione del sì in una perseveranza fino alla morte, è amare sino alla fine (Giovanni 13, 1), è ingresso nella via della bellezza del sentimento di amore e di compassione (Filippesi 2, 1), che apre al senso il giorno dato a vivere e a morire, dischiudendo inoltre la porta del regno. Questa possibilità è data a tutti perché «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Timoteo 2, 4), e il futuro di Dio è per tutte le razze e le etnie, ebrei e non ebrei, senza esclusioni.
Dio a tutti dona Gesù come porta che dischiude a un diverso modo di viaggiare, a un diverso stile di vita: il sentiero di una vita nell’amore che si conclude nel regno dell’amore. Porta stretta per una esistenza dilatata ed eterna.
3. E qui si apre un nuovo capitolo, un insegnamento che turba e che nel contempo è un invito a uscire dalla menzogna: quella del far valere false credenziali. Non si può vivere da operatori di ingiustizia (Luca 13, 27) e, al contempo, far leva sulla conoscenza di Gesù a giustificazione di se stessi, a presunzione di salvezza.
Ai suoi contemporanei poteva succedere di mangiare con lui, di bere con lui e di assistere ai suoi discorsi in piazza, e a noi può succedere di assistere a messe, di ascoltare prediche, di frequentare ecclesiastici, di assumere la croce a simbolo di una civiltà contro un’altra e quant’altro ancora, e sentirsi dire: «Non vi conosco, non so di dove siete» (Luca 13, 25.27).
Nel Vangelo di Giovanni vi è una bella definizione degli amici di Gesù, conosciuti da Gesù: «Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando» (Giovanni 15, 14), se in umiltà offrite i vostri tradimenti al mio perdono e la vostra debolezza alla mia forza per intraprendere, senza voltarsi indietro, il sentiero della custodia dell’uomo e del creato, lasciata alla porta, che è lui, la via larga della non salvezza, che presume coniugare permanenza nell’iniquità, culto e uso strumentale del nome del Signore. Gesù fa luce su questo falso, su questa illusione, e invita all’urgenza della conversione.
La sua salvezza per tutti, offerta a tutti, è donata alla libera risposta di tutti; il problema è dell’uomo, sapendo che tutto questo significa intraprendere il grande esodo dall’iniquità alla giustizia. Diversamente inganniamo noi stessi e gli altri e, in definitiva, lui solo sa chi sono i veri suoi amici in Israele, nelle chiese e al di fuori delle chiese, “ultimi” che, senza appartenere al corpo della chiesa, appartengono alla sua anima che è il vangelo. Non basta dire Abramo, Abramo (Luca 3, 8), Signore, Signore (Matteo 7, 21), chiesa, chiesa ed essere al di fuori dell’amore, della propria e desiderata costitutiva verità, e amati che amano, come amati, la via del regno (1Corinzi 13).
Senza permetterci di giudicare nessuno e sapendo che queste forti espressioni di Gesù non hanno di mira la condanna, ma la conversione a una vita degna di essere chiamata vita. E questo lo dice a quanti mattino, mezzogiorno e sera hanno in bocca il suo nome.
Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.
Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).