II DOMENICA DI QUARESIMA 

Anno B – Gen 22, 1-2.9a.10-13.15-18: Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10 

DAL VOLTO ALLA PAROLA 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Buona cosa è il sale, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte  (BG) pag. 48-51; 2.a Domenica di Quaresima – Anno B 

  1. Gesù il Figlio è il messo alla prova, Gesù il  confessato Cristo (Marco 8, 29) è il destinato a  venire ucciso (cf. Marco 8, 31), Gesù il condannato a  morte è il risorto-trasfigurato. La paradossalità è il  modo di procedere di Marco e i suoi lettori devono  sapere che il loro Signore lo è in forma fragile,  provata e scartata, né riconosciuta né accolta  direbbe Giovanni (cf. Giovanni 1, 10-11), scandalosa  e folle direbbe Paolo (cf. 1Corinzi 1, 23). È in questo  contesto e in risposta all’affermazione: «In verità vi  dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non  moriranno prima di aver visto giungere il regno di  Dio nella sua potenza» (cf. Marco 9 ,1), che va letto  l’evento della trasfigurazione.
    Uno squarcio di luce in un cammino dai contorni  chiroscuri, un capire-non capire di cui Pietro è  l’evidente esemplificazione: segue Gesù, lo definisce  Messia e a sua volta viene definito «Satana, perché  tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»  (Marco 8, 33). Pietro a una giusta definizione  suggeritagli dal Padre fa seguire una cattiva  interpretazione della messianicità di Gesù  immaginata in termini di investitura, di potere e di  successo politico, non pensata in termini di  grammatica di amore fino alla croce. Una  prospettiva che lascia smarriti e che spaventa, a cui  viene incontro la trasfigurazione a voler dire che  Dio risuscita dai morti colui che unicamente nella  croce poteva svelarne il volto. Croce e resurrezione  sono inscindibili, l’una rivela l’amore incondizionato di Dio e l’altra lo conferma. Questo  devono apprendere Pietro e i discepoli, a questo  mira un racconto modellato sulla teofania del Sinai:  il monte (cf. Esodo 24, 1.12-13), i sei giorni e il  settimo (cf. Esodo 24, 16), i tre che accompagnano  Mosè (cf. Esodo 24, 1.9), la nube e la voce (cf. Esodo 24, 15-17), il timore (cf. Esodo 24, 1.9) e ancora il  volto raggiante di Mosè (cf. Esodo 34, 35). Siamo  dinanzi ad una grande rivelazione. 
  1. Lo dice l’«alto monte», biblicamente luogo del  manifestarsi di Dio; lo dicono i «tre», il numero  richiesto per convalidare una testimonianza,  appunto quella della trasfigurazione (cf. Marco 8, 9- 10; 2Pietro 1,16-18); e lo dice l’espressione «sei  giorni dopo», vale a dire il settimo o sabato. Giorno  della memoria celebrativa delle meraviglie di Dio, lo  sguardo rivolto al passato, giorno dell’attesa del non  ancora delle meraviglie di Dio, il sabato eterno nella  luce, lo sguardo rivolto a un futuro di cui è anticipazione la trasfigurazione. Quel corpo fragile  nato da Maria e quel corpo ferito ad opera  dell’uomo viene trasformato in un corpo di luce  avvolto in splendide vesti, indici del suo  appartenere al mondo celeste, al settimo giorno o  regno di Dio in pienezza a cui è destinata l’intera  umanità rappresentata da Pietro, Giacomo e  Giovanni gli avvolti nella «nube», metafora della  presenza di Dio. Leggiamo nell’Apocalisse (21, 23):  «La città non ha bisogno della luce del sole, né della  luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua  lampada è l’Agnello». 
    La grande rivelazione è posta: agli sconcertati  dalla croce è stata concessa la visione del dopo  croce, è stato dato contemplare il destino ultimo di  Gesù e in lui del tutto, una visione che Pietro  portavoce di un desiderio comune vorrebbe  eternare: «Rabbì, è bello per noi essere qui». Ma una  «voce che esce dalla nube» rimanda a una lettura  del regno che esige di essere rispettata in tutti i suoi  passaggi. Dio il re in Gesù dichiara aperto il tempo  ultimo della sua lotta radicale contro il male e della  sua passione viscerale per le vittime e per i giusti  umiliati della terra; una lotta regale che patisce una  resistenza fino alla eliminazione del giusto Gesù; un  essere tolto di mezzo che non significa sconfitta di  lui e della sua causa, Gesù trasfigurato è la ricapitolazione delle vittime della storia e degli  affamati di giustizia della storia.
    Un Gesù risorto, quindi vivente, che continua la  sua lotta fino alla vittoria definitiva con i suoi alleati  noti e non, fino cioè alla fine di questo mondo non  regale, non nobile nel suo non diritto, non giustizia,  non pace. Questo viene ricordato a Pietro e ai suoi  discepoli. Non è ancora giunto il momento  terminale del regno, è ancora tempo di battaglia  contro il nemico dell’uomo, urge il «ridiscendere dal  monte», ma con una nuova consapevolezza sposata  a una chiarezza. 
  1. La consapevolezza che luce al giorno dato a  vivere è la parola: «Ascoltatelo». L’udito rende  veggente lo sguardo e luminosa una vita, quella  appassionata per il bene dell’uomo e della sua  verità al prezzo di venire recisi e al punto di  benedire chi ti recide. I mai conclusi atti di amore  sono i semi del futuro, ai discepoli gettarli e irrigarli  e a Dio il farli crescere, solo chi ama apre futuro. 
    È la via di Dio in Cristo, una via sposata ad una  chiarezza: Colui che nel Figlio ha dato un nome  all’uomo, amato, e un compito all’uomo, amare  come amato, è il medesimo che dà un futuro all’uomo, la città della luce in corpi di luce. Questo  dice trasfigurazione, momento terminale di un  cammino che non può eludere il tempo del  battesimo della presa di coscienza della propria  verità filiale e il tempo del giorno dato come  declinazione del comandamento dell’amore, che  raggiunge il suo compimento nell’ora della offerta  di sé a chi ti offre alla morte.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).