ASCENSIONE DEL SIGNORE 

Anno B – At 1, 1-11; Ef 4, 1-13; Mc 16, 15-20 

ELEVATO E PER ELEVARE 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Buona cosa è il sale, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte (BG) pag. 89-91, Ascensione del Signore – Anno B 

Foto di Gerusalemme

1. Il brano proposto dalla liturgia non è propriamente di Marco, ma fa parte della cosiddetta  finale lunga (cf. Marco 16, 9-20) aggiunta nel II secolo sia per attenuare il carattere brusco con il  quale egli aveva concluso il suo Vangelo (cf. Marco 16, 8), sia per puntualizzare che vi sono  aspetti dell’esperienza credente propri a ogni  comunità del Cristo morto e risorto. Ad esempio,  sono da considerarsi comuni il dato delle  apparizioni (cf. Marco 16, 9-14); l’invio ad annunciare il vangelo a ogni creatura (cf. Marco 16,  15); la non accoglienza della buona notizia della  risurrezione sulla semplice base della testimonianza della parola, una incredulità indice di  una durezza di cuore a capire di cui gli undici,  assieme a Tommaso, sono icona permanente (cf.  Marco 16, 14); il Cristo come riferimento  imprescindibile per ogni essere sotto il sole in  rapporto alla relazione con Dio (cf. Marco 16, 16) e  la sottolineatura di alcuni effetti straordinari legati  al credere, tipo: esorcismi, guarigioni e inoffensività  di serpenti e veleni (cf. Marco 16, 17-18). Tra queste  aggiunte, non in contraddizione con lo scritto di  Marco e canonicamente accolte, vi è poi quella  dell’ascensione: «Il Signore Gesù, dopo aver parlato  con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di  Dio. Essi allora partirono e predicarono  dappertutto» (Marco 16, 19-20). 

Affermazione scarna, ricca di messaggi. 

2. In riferimento a Gesù, il vocabolo “ascensione” indica il momento terminale di una vicenda e di un  itinerario che hanno in un Tu singolare il proprio  momento iniziale e la propria ragione: «Sono uscito  dal Padre mio e sono venuto nel mondo; ora lascio  di nuovo il mondo e vado al Padre» (Giovanni 16,  28); «Io sono venuto nel mondo come luce, perché  chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre»  (Giovanni 12, 46). 

Gesù, il disceso dal Padre in una carne fragile e  mortale (cf. Giovanni 1, 14), la sapienza disattesa,  l’assiso su un trono di nome croce (cf. Giovanni 19,  19-20) e il disceso nel più profondo degli inferi (cf.  1Pietro 3, 19; Atti 2, 29-31), è l’asceso-innalzato assiso nel più alto dei cieli, alla destra del Padre (cf.  Atti 2, 33) quale principe di pace, a noi pace (cf. Efesini 2, 14). Una glorificazione-esaltazione (cf.  Filippesi 2, 9), indice del sì di Dio a quello scarto  umano, in un corpo forte, glorioso, spirituale e  immortale, offerta alla stupita contemplazione di  comunità oranti che in quel “disceso-asceso” sono  chiamate a vedere, in primo luogo, l’archetipo del  loro indicibile cammino, ove loro sta per tutti: da  Dio, il Padre, è il “da dove” fontale dell’uomo;  secondo Dio, il Padre è l’orientamento sul “come” abitare la terra, il frattempo della storia; a Dio, il  Padre è il “verso dove” ultimo dell’uomo e del  cosmo. 

Comunità, in secondo luogo, chiamate a vedere  in quel “disceso-asceso” l’adempiersi di un evento  nascosto sin dalla fondazione del mondo (cf. Matteo 13, 35) e manifestato in questi ultimi tempi proprio  nel «predestinato già prima della fondazione del  mondo» (1Pietro 1, 20). A che cosa? Ad assumere  l’umano per introdurlo per sempre nel divino. Il  natale è per l’ascensione e l’ascensione è per il  natale, in Gesù-uomo l’umano è per sempre  divinizzato e in Gesù-Dio il divino è per sempre  umanizzato, indice e profezia di un dato  elementare: l’uomo che siamo noi è figlio di Dio, il  figlio di Dio che siamo noi è uomo, un mistero verso  il suo adempimento al di là del male e della morte.  Questo dice ascensione, l’essere chiamati a divenire  figli in un corpo di luce sulle orme di Gesù, colui che  è salito al Padre celeste con quel corpo trasfigurato,  assunto da una madre terrestre. La materia non è  distrutta ma trasformata, uomo e cosmo riassunti  nell’asceso.

3. È urgente per le comunità cristiane recuperare  queste visioni che dilatano la mente e riscaldano il  cuore, leggere nel viaggio di Gesù il senso nascosto  del proprio viaggio: il venire da lontano, il vivere da  resistenti ai luoghi comuni e il risalire a quel  lontano con tutta la propria corporeità redenta,  frammenti rivelativi del tutto umano-cosmico. Un  possibile, se lo lasciamo discendere negli inferi dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e dei nostri  comportamenti, per farli ascendere ai suoi pensieri,  sentimenti e comportamenti di luce.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).