XIX Domenica del Tempo Ordinario 

Anno C – Sapienza 18,6-9; Ebrei 11,1-2.8-19; Luca 12,32-48 

IL RETTO USO DEL TEMPO E DEL DENARO 

Giancarlo Bruni O.S.M., in Il suonatore di flauto, ed. Servitium ed. a Cura del Priorato di Sant’Egidio – Sotto il Monte (BG) pag. 151-153; 19.a del Tempo Ordinario, Anno C 

1. Il brano evangelico, da un lato, conclude il  discorso sul retto uso delle “cose” iniziato in Luca 12,13 e, dall’altro, introduce al retto uso del “tempo” e  dell’“autorità”: temi di mai conclusa attualità, essendo  forte la tentazione della resa al fascino del denaro e del  potere e all’interesse di conservare le cose come sono  impedendosi e impedendo l’aspettativa di qualcosa di  diverso, di nuovi tempi. Gesù scuote il “piccolo gregge”  o “resto” a uscire da questa logica e dal sentimento di  impotenza che l’accompagna, tanto non c’è nulla da  fare, per divenire, al contrario, i testimoni di una  effettiva diversità. Possibile, ad esempio, nei confronti  del “denaro”, là ove il tesoro del cuore e la perla  preziosa della mente sono il Vangelo e non l’avere. Si  tratta sempre di sapere qual è la molla ultima che  determina l’agire dell’uomo, se il denaro-idolo, il frutto  sarà una società ad alto tasso di miseri, di guerre e di  abbruttiti dalla libidine delle cose; se il Vangelo,  nasceranno oasi di pace e di condivisione, venduto a  vantaggio del povero il desiderio dell’accumulo. A  questo leggere diversamente il denaro aprendo spazi di  novità e di speranza sono chiamati i discepoli. 

2. Chiamati altresì a una diversa lettura del  “tempo” a partire da una elementare domanda: il tempo  dato a vivere, giorno dopo giorno, da chi e da che cosa  è determinato e orientato, chi e che cosa lo qualifica, da  dove trae senso divenendo tempo riscattato, redento,  salvato? Se dal Signore, dal Vangelo e dalla sua  promessa che è il Regno di Dio, il tempo diverrà  simultaneamente tre cose: tempo di attesa di lui:  «Vieni, Signore Gesù» (1Corinzi 16,22; Apocalisse 22,17) e tempo di accoglienza di lui: «Si, vengo presto»  (Apocalisse 22,20). 

Ora, nel nascondimento di una pagina, di un pane,  di una icona, di un povero e del linguaggio del cuore,  degli eventi e della natura; e, nel giorno noto a lui,  tempo di attesa e di accoglienza di lui faccia a faccia,  aspetto su cui insiste particolarmente il brano  evangelico odierno. 

Il venuto nella debolezza della carne e, il veniente  nella piccolezza dei segni, verrà nello splendore del suo  volto a portare a compimento l’opera iniziata, l’ingresso  dei sei giorni della storia nel settimo giorno del mondo  di Dio, vinti per sempre il male e la morte, da sempre la  speranza dell’uomo. Verrà come un ladro nella notte e  il piccolo gregge è chiamato a vigilare, a conservare,  cioè, accesa la lampada della sua attesa, pronto nella  gioia ad aprire la porta quando egli bussa (Apocalisse 3,20) e svelto, rimboccate le falde della tunica nella  cintura, a intraprendere spediti il grande viaggio con lui. 

Questa pagina inesorabilmente riconduce al  nocciolo della questione cristiana: il profondo desiderio  personale e ecclesiale è attesa non spenta di Gesù e del  suo vangelo che riscattano il tempo dato a vivere qui e  ora? È attesa pregata e affrettata (Atti 3,19-20; 2Pietro 3,11-13) del volto del Signore in cui il riscatto sarà  portato a piena fioritura? È attesa nella gioia:  “beati…”? Se così, il piccolo gregge si qualificherà  nella storia come umanità dell’attesa-accoglienza  dell’incontro con un “tu”, “momento di grazia” in grado  di trasfigurare, “tempo di grazia”, il giorno dato a  vivere, l’ora data a morire e il dopo morte.  Trasfigurazione come ingresso nell’ambito dell’amore e  della vita. 

3. Ingresso che le “autorità” nella Chiesa, e altresì  nella storia, mai devono dimenticare pervertendo il loro  ruolo: da servi miti e umili, da amministratori  disinteressati di un vangelo non loro, da modelli e da  dispensatori di gioia (1Pietro 5,1-4; 2Corinzi 1,24) a  padroni autoritari e violenti, a traditori del vangelo a  nome del proprio interesse, a maschere di cinismo e di  disumanità e a causa di scandalo e di tristezza. Una  degenerazione sempre possibile là ove il ministero da  icona del volto di Cristo, da riflesso di bellezza  evangelica e di attesa dell’evento ultimo sempre alle  porte e questo a memoria del dover essere dell’intera  comunità, diventa “clericalismo” dai molti volti. È  urgente vigilare.

Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all’Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).