RISPOSTA A GIOBBE1

Il libro di Giobbe, nell’esperienza religiosa ebraica, si colloca sul crinale di un profon- do cambiamento di coscienza. La domanda di questo giusto sofferente compendia ed esprime gli interrogativi che l’uomo di tutti i tempi si è sempre posto di fronte ai patimenti che accom- pagnano la vita terrena. Una risposta consolatoria e che permetteva la sopravvivenza fu, e lo è tuttora per molte coscienze, che la sofferenza è il frutto della trasgressione della Legge divina e, per questo, va sopportata come espiazione che ricolloca in equilibrio i piatti della bilancia della Giustizia.

L’amico che tentò di consolare Giobbe delle sue sciagure ricorre alla spiegazione che, non essendo proprio della natura divina deviare la giustizia, la perdita dei beni e dei figli non ha altro motivo che i peccati commessi e la loro punizione. «Se i tuoi figli hanno peccato con- tro Dio, Egli li ha sacrificati per il loro delitto» (Gb 8, 4). Giobbe dichiara la sua innocenza e la sua incapacità di comprendere il comportamento di Dio nei suoi confronti. «Innocente io sono! E affermo che Dio lascia perire l’innocente e il reo […] della disperazione degli inno- centi Ei si beffa» (Gb 9, 21. 23).

Il capitolo settimo del libro di Giobbe rivela lo stato d’animo del giusto sofferente che, non trovando una esauriente risposta, si mette una mano sulla bocca e, non osando più inter- rogare, pensa malinconicamente alla fragile fugacità e insignificanza della vita umana. «I giorni dell’uomo sono quelli di un salariato. Vive nel desiderio di un po’ d’ombra e di un po’ di sicurezza. Angosciosa è per lui la notte, triste l’alba. Un soffio è la sua vita, e una volta ca- duto sotto la ferula dell’Onnipotente il suo occhio non vedrà più il bene» (Gb 7, 1-7).

L’interrogativo di Giobbe rimane nella coscienza umana, e porterà i suoi frutti nel cor- so dei secoli. I libri del Vecchio Testamento, successivi a quello di Giobbe, delineano una fi- gura che completa quella del Giudice insindacabile, padrone assoluto della vita e della morte, vindice e geloso: la figura della Sapienza, coeterna e preesistente alla Creazione. «La Madre dell’amore perfetto, del rispetto, della scienza, della santa Speranza» (Sir 24). La figura, per usare il linguaggio di Jung, di uno «Pneuma di natura femminile, personificato» nella Sapienza-Amore eterni.

Che la coscienza umana abbia cominciato, a partire dalle interrogazioni di Giobbe, a vedere il Volto di Dio sotto le luci della Misericordia e dell’Amore materno appassionato ver- so le creature, è un fatto di cui non possiamo non tener conto, perché indica il progressivo av- vicinamento dell’uomo alla perfetta rivelazione del Mistero divino. Non è Dio che si rivela in una maniera maggiore o minore, è l’uomo che riesce ad avvicinarsi in maniera più o meno perfetta alla luce di Dio. Se poi, seguendo il percorso della Rivelazione, che potremmo chia- mare l’instancabile ascesa dell’uomo verso la Luce, notiamo una costante e crescente manife- stazione del Volto Amoroso di Dio quanto più ci avviciniamo alla Rivelazione cristiana, non possiamo concludere se non che la dimensione cristiana è il superamento di ogni senso di col- pa, di espiazione, di giudizio, di condanna e Progresso in uno stato coscienziale di amore, di benedizione, di rispetto a tutte le manifestazioni autentiche della vita e di riguardosa attenzio- ne a quelle che alla nostra limitatezza possono apparire aberranti.

Giovanni l’Evangelista, nella sua prima lettera, descrive la grandezza cristiana dell’amore dicendo: «Nell’amore non c’è timore; l’amore perfetto annulla il timore, perché il timore presuppone il castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (1 Gv 4, 18).

Sulla linea di un’evoluzione della coscienza umana dal timore all’amore più appassio- nato delle creature e, in conseguenza, di Dio, linea dimostrabilissima anche solo da un’attenta lettura comparata dei due Testamenti, possiamo affermare che l’anima umana prima di cono- scere l’amore conobbe l’orrore e il terrore, l’angoscia sottile dell’esistenza e il timore derivan- te dal sentirsi immersa in una vita cosmica avvolta dalle insidie del capriccio di incomprensi- bili Potenze.

Questa paura consigliò l’uomo a venire a patti con le Potenze che sentiva più forti e più crudeli di se stesso; patti che, dovendo intercorrere tra l’uomo e la divinità concepita an- tropomorficamente, furono quelli che regolavano il rapporto tra il signore e i servi. Nacquero, in tal maniera, i riti di propiziazione, di espiazione per placare la Divinità offesa. Lo sgomento trovò una formulazione soddisfacente: la colpa contro la Divinità è la causa di tutto il male del mondo. L’uomo si proclamò colpevole, e si sentì inferiore a ogni gioconda creatura irragione- vole. Il dolore, l’ingiustizia, la morte divennero accettabili, per la coscienza che si sente col- pevole, anche se come Giobbe può proclamarsi innocente.

Ma approfondendo il cammino religioso sente, come Giobbe, che un Dio che punisce  e condanna è l’immagine costruita da una mente non liberata, che trova placazione nel com- plesso di colpa. La domanda: «Può Dio, che aleggia sul caos della coscienza pronunciando le parole “Sia luce”, punire e vendicare quelle deviazioni inspiegabili, ma forse necessarie, della natura umana in ascesa? Non costituiscono forse una felix culpa, un neessarium peccatum, che permette di riprendere l’ascesa valendosi delle rovine stesse?».

Il brano evangelico di Mc 1, 29-39 ci presenta Gesù Cristo come un’impetuosa onda di vita: ovunque passa, colma le deficienze vitali di nuove forze di ripresa, rianimando le anime e i corpi, e annunciando che il Dio che lo muove è potenza che non giudica o condanna, ma che risana tutto l’uomo perché possa muoversi più speditamente verso il suo glorioso destino di luce.

Confrontando il testo di Giobbe, che segna l’inizio di una nuova visione di Dio, con il brano evangelico di Marco, che presenta la nuova figura divina nella sua opera di rianimazio- ne delle vite indebolite, riconosciamoci quali siamo: creature in ascesa.

La consapevolezza della nostra miseria e debolezza ci renda dolci e tolleranti, ci ispiri un universale senso di tenerezza e di pietà per tutti, ci renda alieni da ogni atteggiamento di giudizio e di condanna.

La permanenza, in seno alla cristianità, dell’antico senso di colpa e di peccato ci fa an- cora erigere a giudici, non chiamati, dei nostri fratelli. E mentre ci confessiamo peccatori e imploriamo la clemenza di Dio, dichiariamo altri uomini criminali e delinquenti!

Forse il senso di colpa serve al nostro piccolo « io » per fermare la sua ascesa, ma non serve a renderci migliori.

Gesù passa in mezzo a noi, instancabilmente guarendo ogni infermità e male, non di- cendo se non parole di vita e di ripresa di vita.

San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi (9, 16-19. 22-23), sente imperioso il bisogno di annunciare a tutti la Buona Novella della Redenzione: Dio non è giudice, ma amore mater- no e appassionato. Per questo si pone vicino ai deboli, condividendo le loro debolezze, per aiutare tutti a passare nella pienezza della vita evangelica.

1 Giovanni Vannucci, « Risposta a Giobbe», in Verso la luce, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; La viva parola di Cristo. 5a del tempo ordinario – Anno B; Pag. 115-118.